La porta del Paradiso

 

 

Di quella mattina a Campo di Marte ricordo l’incredulità: la sensazione spiacevole di non sapere come fossero andate le cose. Il giorno successivo, con i miei, sono andata da mia cugina. Abbiamo attraversato tutta Firenze, solcando la melma. Fu un momento drammatico, soprattutto quando notai che stavano estraendo una lasca da una macchina. Tornando a casa, passando tra il Duomo e il Battistero, mi accorsi che alla Porta del Paradiso mancavano alcune formelle…ma in quel momento nessuno volle credermi.

Giuliana Archi

Quel silenzio di un altro mondo

Avevo 13 anni, era una mattina di festa. Mia mamma si alzò prima e ci fece notare che il fiume si era ingrossato. Di lì a poco piccoli rigoletti d’acqua iniziarono a fuoriuscire dagli argini, sempre più grandi. E poi fu un attimo. Ricordo la paura. Non smetteva di piovere e avevamo sempre lo sguardo rivolto all’insù. Ricordo gli animali gonfi, i corpi inanimi che galleggiavano nelle acque torbide. L’acqua arrivò sino al secondo piano della nostra palazzina e i nostri vicini trovarono rifugio negli appartamenti ai piani superiori. La sera ci riunivamo tutti insieme per sdrammatizzare, riscaldati da coperte e illuminati dalle torce, raccolti in un silenzio che sembrava di un altro mondo.

Rita di Gregorio

 

Libri in Frigo

Di quel giorno ricorderò sempre la vista dei libri: ero assistente della Facoltà di Agraria e, quando entrai in Accademia (dei Georgofili, nda), ebbi una visione allucinante. Tutto era caduto a terra, nel fango. Scaffali rovesciati, libri, fogli. Subito ci si organizzò per salvare i preziosi incunaboli e vari testi antichi (che grazie alla carta vecchia vennero recuperati più facilmente rispetto a quelli moderni). I libri furono portati nelle stanze superiori, vennero scelti, ed i più importanti vennero destinati all’interfogliatura. Alcuni vennero riposti nei frigoriferi del mercato che prima contenevano dei funghi, così poi anche i testi assunsero quell’odore! Io ero tra le addette al vettovagliamento: distribuivamo panini a tutti i ragazzi che davano il loro contributo e un bicchiere di vino (allungato con acqua per i più giovani). Riuscimmo perfino a preparare del tè caldo con un fornello di fortuna. Fu un momento brutto, ma di intensa solidarietà.

Giovanna Bertone

Bang Bang

 

All’Accademia dei Georgofili i danni erano stati pesantissimi. Le acque avevano fatto sollevare alcuni pavimenti, asportato parte degli impiantiti, distrutto l’arredamento. L’acqua aveva raggiunto l’altezza di un metro e mezzo nella portineria e sommerso completamente i locali più bassi. Le opere danneggiate erano circa 35.000, di cui 10.000 di grande interesse storico e scientifico. Fin dal primo giorno, però, arrivarono ragazzi di tutte le età che chiedevano di lavorare. Il primo giorno erano già 31. Nei giorni successivi almeno una cinquantina partecipò ai lavori. Molti si erano costruiti delle specie di rastrelli, con pezzi di legno recuperati chissà dove, ottimi per spingere via il fango. Le giornate erano corte, e nelle stanze al pian terreno non si poteva lavorare a lungo perché alle cinque non si vedeva già più. Le candele erano introvabili, anche nelle chiese: ricordo che mia moglie riuscì a recuperarne qualcuna scambiandola con un lucchetto. Per fortuna uno studente che si offrì di portare una batteria per auto e di fare un piccolo impianto per la luce. Tutte le sere riportava la batteria a casa e la ricaricava durante la notte. Il lavoro, per quanto pesante, procedeva con allegria e io, che all’epoca ero assistente del Professor Gasparini, documentavo tutto con la mia Rolleicord. C’era stato perfino chi aveva portato un giradischi per sentire gli ultimi successi: la canzone più richiesta era Bang Bang di Cher. Quei giorni assunsero un valore che ben difficilmente ognuno di noi, prima, avrebbe saputo apprezzare: un grande patrimonio scientifico era stato posto in salvo. Ma, soprattutto, adulti e giovani avevano trascorso quel tempo lavorando gomito a gomito, animati da un fine comune.

Renzo Landi

La poltrona di Montale

Il 4 novembre 1966 era una normalissima giornata di scuola, mi sembra fosse la terza media o la prima superiore (non mi ricordo, la scuola non mi è mai piaciuta…). Quella mattina venne la mamma a svegliarmi e mi disse che l’Arno era straripato. Abitavamo in collina, allora territorio agricolo, e i muri di pietra che cingevano le strade scavate nel terreno erano crollati per la troppa pioggia. Le auto erano bloccate e andammo a piedi fino a Piazza Michelangelo a vedere cosa fosse successo. Lì ricordo di aver visto una situazione pazzesca. Cosi, il giorno dopo, ci siamo muniti di stivali di gomma e siamo andati ad aiutare per quanto possibile.
Mia nonna all’epoca viveva a Milano, sposata con il poeta Eugenio Montale. Aveva però un appartamento a Firenze, con una cantina piena di loro cose, e ci chiesero di andare a recuperare il salvabile. Con il contadino andammo in città e portammo su mobili con il trattore ed il rimorchio : casse di libri fangosi e non so più che altro. Mesi dopo, Montale venne per prendere la sua roba e ci lasciò alcune cose: pacchi di vecchi libri che anche abbiamo conservato e una poltrona, sulla quale sono seduto adesso.

Martino Marangoni

Il banco di maglieria

Di quel giorno ricordo poco, ero un ragazzino, avevo appena dieci anni.
Papà aveva un banco di maglieria al mercato in Piazza San Lorenzo, proprio in centro. Quella mattina verso le cinque ci alzammo. Avevamo questo sentore che l’Arno potesse straripare da un momento all’altro. Andammo subito verso il magazzino per salvare la maglieria e metterla sul soppalco in alto, mentre le persone correndo per strada già gridavano “arriva l’acqua, arriva l’acqua”. Noi scappammo subito in macchina: ricordo di aver visto un’onda di mezzo metro arrivare lungo la strada stretta.
Dopo due o tre giorni, papà riaprì il banco (con dei pancali di fortuna) e ci fu la ressa delle persone per acquistare i golf, faceva freddo e molti non avevano più nulla!

Franco Fallani